À l'ombre des forêts
2022
ITA - L’Orto Botanico di Urbino è stato fondato nel 1809 sull’area che rappresentava l’orto maggiore del convento dell’ordine dei frati minori di San Francesco sin dal 1286, già orto dell’abbazia e monastero di S. Angelo; infatti nell’anno di fondazione dell’Orto anche in Urbino, come nel resto della Regione Marche governavano i Francesi Napoleonici in seguito al trattato di Tolentino o Pace di Tolentino del 1797, che completava le clausole del precedente armistizio di Bologna il quale prevedeva la cessione ai napoleonici, da parte di papa Pio VI, di tutti i territori dello stato pontificio situati a nord di Ancona.
In seguito a tali mutamenti politici, anche l’Università di Urbino venne abolita e sostituita da un Liceo convitto su stampo francese e nuovi docenti furono arruolati, tra questi Giovanni de Brignoli da Brunhoff, nato il 27 ottobre 1774 a Gradisca d’Isonzo da una nobile famiglia e iniziato agli studi botanici dal marchese Palamède de Suffren, noto botanico Friulano. Il De Brignoli ritenne fondamentale la creazione di tale Orto Botanico per l’insegnamento della materia in am-bito medico ed agrario, e da subito si adoperò per arricchire l’area che gli era stata assegnata con piante autoctone e non, tanto che nel 1812 pubblicò il primo “Catalogus Plantarum Horti Botanici Urbinatis”.
Nell’orto botanico si opera e si vive con la prerogativa di conservare e soprattutto apprendere il linguaggio ecosistemico articolato per mezzo delle specie che accoglie.
Mi piace pensare a questo come un vero e proprio giardino, che rivela di voler circoscrivere un paesaggio che si edifica nel tempo per opera dell’uomo, che ha la necessità e l’emergenza di concretizzare la propria idea di “paradiso”. Un paradiso che diviene, tuttavia, laboratorio e patrimonio di una conoscenza collettiva. Trattasi non soltanto dunque di costruire un luogo che sia scenograficamente appagante, bensì che possa anche fungere da naturale insegnante del mondo. Eppure osserviamo per conoscere, e la meraviglia che si esibisce dinnanzi ai nostri occhi stimola in noi il meccanismo di conoscenza.
L'orto è un luogo impostato per volontà e mano di un uomo il quale comun-que non è del tutto consapevole di come esso possa evolversi. Egli può definirsi a tutti gli effetti un progettista che può basarsi su previsioni ipotetiche suggerite dalla propria conoscenza ed esperienza, le quali gli indicano come questo spazio col tempo si articolerebbe all’interno dei suoi confini. Nel pieno di questa inconsapevolezza “controllata” il progettista non smette mai di apprendere dal genio naturale; il giardino diventa offerente di nozioni sulla propria costituzione e sul suo agire attraverso i rapporti tra specie diverse, oltre che dai rapporti che, inevitabilmente, si instaurano tra egli stesso e l’opera vegetale in evoluzione.
Il mio lavoro nell’orto botanico di Urbino si è evoluto esaminando, giorno per giorno, come questo sistema funzioni in ogni suo componente specifico, da quelli scientifici e puramente pratici di manutenzione a quelli naturali. Il mio continuo passaggio nei laboratori per poi giungere all’esterno attraversando i vialetti del giardino, mi ha offerto l’opportunità di constatare come questo macro-spazio sia costituito da elementi che agiscono sinergicamente, essenziali l’uno per l’altro. Ho appurato così quanto effettivamente l’orto possa divenire il sintomo tangi-bile di uno scambio diretto e costante tra i progettisti e le specie viventi all’interno. Scienziati e giardinieri collaborano tutelando ed esaminando la vita che continua ad espandersi e mutare all’interno delle mura, all’ombra di una città che gelosamente custodisce questo tesoro, così come un fiore è protetto dalla maestosa ombra di un albero della foresta.
“À l'ombre des forêts” è un atlante visivo del rapporto tra uomo e natura, che si ibridano con il pretesto della scienza, divenendo collaboratori in un progetto che non può esser considerato concluso perché è vivo ed è destinato ad evolversi quotidianamente.
ENG - The Urbino Botanical Garden was founded in 1809 on the area that represented the main garden of the convent of the order of the minor friars of San Francesco since 1286, formerly the garden of the abbey and monastery of S. Angelo; in fact, in the year of the foundation of the Garden also in Urbino, as in the rest of the Marche Region, the Napoleonic French ruled following the Treaty of Tolentino or Peace of Tolentino of 1797, which completed the clauses of the previous armistice of Bologna which provided for the transfer to the Napoleonic ones, by Pope Pius VI, of all the territories of the papal state located north of Ancona.
Following these political changes, the University of Urbino was also abolished and replaced by a French-style high school boarding school and new teachers were enrolled, among them Giovanni de Brignoli da Brunhoff, born on 27 October 1774 in Gradisca d'Isonzo from a noble family and initiated into botanical studies by the Marquis Palamède de Suffren, a well-known Friulian botanist. De Brignoli considered the creation of this Botanical Garden to be fundamental for teaching the subject in the medical and agricultural field, and immediately worked to enrich the area that had been assigned to him with native and non-native plants, so much so that in 1812 he published the first "Catalogus Plantarum Horti Botanici Urbinatis".
In the botanical garden we work and live with the prerogative of conserving and above all learning the ecosystemic language articulated by means of the species it welcomes.
I like to think of this as a real garden, which reveals that it wants to circumscribe a landscape that is built over time by man, which has the need and the emergency to realize its idea of "paradise". A paradise that becomes, however, a laboratory and heritage of collective knowledge. It is therefore not only a question of building a place that is scenically satisfying, but that can also act as a natural teacher of the world. Yet we observe in order to know, and the wonder that is exhibited before our eyes stimulates the mechanism of knowledge in us.
The garden is a place set up by the will and hand of a man who is not fully aware of how it can evolve. He can effectively define himself as a designer who can rely on hypothetical predictions suggested by his own knowledge and experience, which show him how this space would be articulated within its boundaries over time. In the midst of this “controlled” unawareness, the designer never stops learning from the natural genius; the garden becomes an offerer of notions about its own constitution and its actions through the relationships between different species, as well as the relationships that inevitably arise between itself and the evolving plant work.
My work in the Urbino botanical garden has evolved by examining, day by day, how this system works in every specific component, from the scientific and purely practical maintenance to the natural ones. My continuous passage in the laboratories and then reaching outside through the garden paths, gave me the opportunity to see how this macro-space is made up of elements that act synergistically, essential for each other. I thus ascertained how effectively the garden can become the tangible symptom of a direct and constant exchange between the designers and the living species inside. Scientists and gardeners collaborate by protecting and examining the life that continues to expand and change within the walls, in the shadow of a city that jealously guards this treasure, just as a flower is protected by the majestic shadow of a forest tree.
“À l'ombre des forêts” is a visual atlas of the relationship between man and nature, which hybridize under the pretext of science, becoming collaborators in a project that cannot be considered completed because it is alive and is destined to evolve daily.