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2022 - 2023

[ITA] - Friedrich Nietzsche in “Umano troppo umano” (1876-1878) aveva già predetto che nell’età moderna, civiltà diverse, frammenti culturali e storie sarebbero riusciti a convivere gli uni accanto agli altri mescolandosi e viaggiando sulla stessa frequenza percorribile da noi essere umani. Di fatto, condividono lo stesso spazio, seppur mutevole ed aperto, e vengono circoscritti all’interno di regioni e livelli ben definiti nella dimensione temporale di questo presente.
In epoca moderna e post-moderna questo spazio di inclusione è sempre stato associato all’idea di archivio perché unico dispositivo socio-culturale con una funzionale capacità di registrare il tempo, rendendolo per giunta produttivo, fruibile e proficuo. Peculiarità che al contempo dà vita a sua volta ad un vero e proprio “teatro della memoria”.
L’archivio produce la nostra presenza delineando, attraverso la sua costante attività di ordinazione, quel cosiddetto “bordo del tempo” citato da Michel Foucault, esso ci circonda e ci sovrasta mettendo in relazione una rete di fenomeni di entità instabile ed in continuo divenire. Un dispositivo, quello archivistico, in grado di generare permanenza adottando il cambiamento, capace inoltre di re-interpretare, re-ordinare e ri-enunciare ciò che al suo interno viene contenuto, perennemente in bilico tra due poli estremi: distruggere (oblio) e preservare (ricordo).
Spazi altri che mettono in relazione la materia che assume forma di documenti, fotografie, libri, oggetti e quant’altro, provenienti da mondi diversi e distanti tra loro generando vere eterotipie in cui si costruiscono dialoghi complessi e specifici che ci mettono in stretta relazione con il passato, ed indirizzano il nostro sguardo verso il futuro. Potremmo definirli come “testimoni involontari”, fonti inesauribili di informazione che materializzano ed esplicitano la relazione causa-effetto-segno dell’umanità con un passato irripercorribile senza.
L’archivio è un medium utile per difendere e consolidare i nostri sistemi di conoscenza offrendoci la possibilità di produrre nuova conoscenza poiché coesistono infinite altre connessioni ancora non individuate tra gli elementi costituenti. Connessioni che possono essere svelate attraverso l’archeologia che interpreta l’archivio come un vero e proprio sito archeologico nel quale l’atto di “scavare”, attraversando la fitta stratificazione del suo contenuto, può far emergere realtà prima distanti o celate ma che hanno sempre convissuto nello stesso spazio. Un’opera questa quindi di ri-scrittura della memoria ben regolata e sistematica attraverso il suo primo vero mediatore, l’archivio stesso. Ulteriore estremo tentativo di riuscire ad abbracciare la totalità dell’esistenza al fine di acquisirne il suo pieno controllo.
“Nel quasi invisibile” è un progetto che mira alla rappresentazione, attraverso il medium fotografico, del sistema complesso archivistico incarnato dall’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma (ICCD). La possibilità offertami di entrare al suo interno mi ha dato modo di vivere i suoi spazi, constatare il volume di ciò che costituisce la memoria contenuta all’interno, acquisire piena consapevolezza delle modalità di gestione dei materiali e della loro vulnerabilità, e comprendere il rapporto di causa-effetto prodotto dalla conservazione e tutela della nostra identità. Guardare l’archivio come un cosmo da cui estrapolare ogni suo piccolo dettaglio in maniera quasi disposofobica, accumulando e frammentando ulteriormente un luogo naturalmente invece predisposto alla gestione sistematica, ed altamente stratigrafica, del materiale archivistico che preserva.
Pensare alla mia presenza come atto performativo scatenato da una sorta di “material turn” in cui il recupero e l’appropriazione di oggetti, tracce, documenti, materiali, residui del quotidiano, è diventato la “causale” per un possibile recupero di una realtà nascosta nello spazio, costruendo man mano nel tempo un mio personale archivio che mette in relazione elementi privi di collegamenti preesistenti. Creare all’interno di un luogo adibito al censimento un ulteriore “spazio spazzatura”, come direbbe Rem Koolhaas, in cui la politica dell’accumulo sostituisce la gerarchia e la composizione con l’addizione: “more is more”.
Lavorare sulla serialità del gesto e dello sguardo, oltre che delle pratiche archivistiche nelle sue varie forme e sfaccettature, estraendo i contenuti dalle loro “casse” come farebbe Walter Benjamin per scoprirli e riscoprirli trascinandoli in un presente di cui io stesso divengo traccia.

Mi piacerebbe introdurre il lavoro di Alessio ricordando le riflessioni di due autori. Il primo Foucault, nel testo “Archeologia del sapere” del ’69, gli fornisce una giustificazione, o meglio una motivazione teorica importante. Ci dice "L’analisi dell’archivio comporta una regione privilegiata, che è al tempo stesso vicina a noi, ma differente dalla nostra attualità ed è il bordo del tempo che circonda il nostro presente, che lo sovrasta e lo indica nella sua alterità: è ciò che sta fuori di noi e ci delimita. La descrizione dell’archivio sviluppa le sue possibilità (e la padronanza delle sue possibilità) a partire dai discorsi che hanno appena cessato di essere nostri."
Il secondo, invece, Calvino, ci aiuta a comprendere non solo il suo metodo, ma anche la tensione poetica che lo muove: "Vorremmo far nostro lo sguardo dell’archeologo così sul passato come su questo spaccato stratigrafico che è il nostro presente, disseminato di produzioni umane frammentarie e mal classificabili”.
Alessio ha indagato, attraverso il medium fotografico, uno spazio e un sistema archivistico, nello specifico quello dell’Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione di Roma (ICCD). Ha mostrato spazi, strumenti, processi, appunti, dossier, macchinari, note, stratificazioni, annotazioni, scarti, fotografie, negativi, contenitori e tanto altro… ha catturato immagini come solo un archeologo o un etnografo poteva fare, ha cercato relazioni, corrispondenze e analogie costruendo una collezione personale, inedita e visionaria, in un travolgente cortocircuito temporale, che infrange qualsiasi unità storica e ristabilisce la consistenza caotica e stratigrafica del presente.


Luca Capuano


[ENG] - Friedrich Nietzsche in "Human Too Human" (1876-1878) had already predicted that in the modern age, different civilizations, cultural fragments and histories would be able to coexist alongside each other mingling and traveling on the same frequency that we human beings can travel. In fact, they share the same space, albeit changeable and open, and are circumscribed within well-defined regions and levels in the temporal dimension of this present.
In modern and post-modern times, this space of inclusion has always been associated with the idea of the archive because it is the only socio-cultural device with a functional capacity to record time, making it, moreover, productive, usable and profitable. Peculiarity that at the same time gives rise in turn to a true "theater of memory".
The archive produces our presence by delineating, through its constant activity of ordering, that so-called "edge of time" cited by Michel Foucault, it surrounds and overlooks us by relating a network of phenomena of unstable and constantly changing entities. A device, the archival one, capable of generating permanence by adopting change, capable moreover of re-interpreting, re-ordering and re-enunciating what is contained within it, perpetually poised between two extreme poles: destroying (forgetting) and preserving (remembering).
"Other spaces" that relate the matter that takes the form of documents, photographs, books, objects and whatnot, from different and distant worlds generating true heterotypes in which complex and specific dialogues are built that put us in close relationship with the past, and direct our gaze to the future. We could define them as "involuntary witnesses", inexhaustible sources of information that materialize and explicate humanity's cause-effect sign relationship with a past that is untraceable without.
The archive is a useful medium for defending and consolidating our knowledge systems by offering us the possibility of producing new knowledge as infinite other yet unidentified connections coexist between constituent elements. Connections that can be unveiled through archaeology, which interprets the archive as a true archaeological site in which the act of "digging", traversing the dense layering of its contents, can bring out realities that were previously distant or concealed but have always coexisted in the same space. A work this then of well regulated and systematic re-writing of memory through its first real mediator, the archive itself. Further extreme attempt to succeed in embracing the totality of existence in order to gain its full control.
"Nel quasi invisibile" ("Into the almost invisible") is a project that aims to represent, through the medium of photography, the complex archival system embodied by the Central Institute for Catalogue and Documentation of Rome (ICCD). The opportunity offered to me to enter it gave me a way to experience its spaces, to note the volume of what constitutes the memory contained within, to become fully aware of the way materials are managed and their vulnerability, and to understand the cause-effect relationship generated by the preservation and protection of our identity. To look at the archive as a cosmos from which to extrapolate every little detail of it in an almost disposofobic manner, further accumulating and fragmenting a place naturally instead predisposed to the systematic and highly stratigraphic management of the archival material it preserves.
Thinking of my presence as a performative act triggered by a kind of "material turn" in which the recovery and appropriation of objects, traces, documents, materials, remnants of everyday life, became the "causal" for a possible recovery of a reality hidden in space, gradually building over time my own personal archive that relates elements without pre-existing connections. Creating within a census place an additional "junk space", as Rem Koolhaas would say, in which the politics of accumulation replaces hierarchy and composition with addition: "more is more".
Working on the seriality of gesture and gaze, as well as archival practices in its various forms and facets, extracting contents from their "crates" as Walter Benjamin would do in order to discover and rediscover them by dragging them into a present of which I myself become a trace.
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